Non tutte le storie ospedaliere parlano di nascite, guarigioni e sorrisi. Alcune raccontano il dolore più difficile, quello che non si vede, che spesso resta chiuso tra le mura di una stanza e nel cuore di chi lo vive. È la storia – affidata a una lettera di una donna del Vallo di Diano – che solo pochi giorni fa ha affrontato un aborto interno alla 18ª settimana di gravidanza, con il conseguente parto e successivo raschiamento, presso l’ospedale di Lagonegro. Una tragedia personale che avrebbe potuto trasformarsi in un percorso ancora più duro, ma che ha trovato, secondo il suo racconto, un contesto fatto di ascolto, rispetto ed estrema sensibilità.
Le parole della donna
“Temevo di dover affrontare tutto questo accanto alla gioia delle altre mamme – scrive – invece mi è stata riservata una stanza solo per me. Un gesto semplice, ma che in quel momento ha significato protezione e dignità”. Un’attenzione non scontata, che le ha permesso di vivere il dolore lontano dal rumore delle corsie dedicate alle nascite, in un ambiente più raccolto e rispettoso.
Fondamentale anche la possibilità di essere affiancata dai propri familiari più stretti. Il marito e una zia hanno potuto restarle accanto durante il ricovero, offrendo un sostegno emotivo determinante in uno dei momenti più delicati della sua vita. Parole di profonda gratitudine sono rivolte in particolare al personale sanitario, e soprattutto alle ostetriche Fabiana, Claudia, Carmen, Giusy e Giovanna, descritte come “una grande forza”, capaci di accogliere il dolore senza invaderlo, di sostenere senza forzare, di accompagnare senza mai far sentire sola la paziente.
La buona sanità
Un ringraziamento viene espresso anche al dottor Magurno, per la professionalità e l’attenzione dimostrate lungo tutto il percorso clinico. “Non so quando riuscirò a mettere questa storia in un angolo meno doloroso della mia mente – conclude la donna – ma l’umanità e la dolcezza ricevute resteranno per sempre con me”.
Una testimonianza che accende un riflettore su un aspetto spesso trascurato della sanità: la cura non è fatta solo di protocolli e competenze tecniche, ma anche di parole misurate, gesti discreti e rispetto per la fragilità. In un tempo in cui gli ospedali finiscono spesso al centro delle cronache per carenze e disservizi, questa storia racconta l’altra faccia della sanità pubblica: quella che, nel silenzio, continua ogni giorno a prendersi cura non solo dei corpi, ma anche delle ferite invisibili.