Il Sindaco di Controne a Roma: “Il Governo riveda la Legge sulla Montagna, pronti a dare battaglia”

Scritto il 13/05/2026
da Alessandra Pazzanese

Ettore Poti insieme ai sindaci di tutta Italia per protestare contro l'esclusione di Controne dagli enti montani: "Una scelta morale, non solo politica"

Sono stati diversi i sindaci dei comuni esclusi dall’elenco degli “enti montani” che oggi si sono ritrovati a Roma per protestare e proporre una revisione della Legge sulla Montagna.

Sindaci a Roma per per rivendicare i diritti

I sindaci, provenienti da comuni di diverse regioni d’Italia, sostenuti da Ali (Autonomie Locali Italiane) e guidati dal primo cittadino di Urbino, Maurizio Gambini, sono stati ricevuti dai gruppi del Pd, di FdI e di Forza Italia e hanno ribadito che gli enti declassificati devono rivendicare i loro diritti in quanto la sofferenza dei comuni montani delle aree interne è un’emergenza nazionale che deve trovare ascolto.

Il commento del sindaco di Controne, Ettore Poti

“Sono stato a Roma per partecipare al presidio dei Sindaci dei Comuni esclusi dagli enti montani con la Riforma sui Comuni Montani, l’ho fatto per chiedere al Governo la revisione della Legge 131/2025. Abbiamo incontrato parlamentari di Fratelli d’Italia che hanno ascoltato e compreso gli enormi disagi provocati da questa norma e a breve proporremo delle modifiche alla stessa.

Le richieste

Confidiamo nella sensibilità della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e di tutte le forze politiche, senza esclusioni, perché questa è sì una scelta politica, ma soprattutto una scelta “morale”” ha fatto sapere il Sindaco del Comune di Controne, Ettore Poti.Il caso di Controne è tra i casi emblematici relativi ai paradossi della nuova Legge: il comune alburnino ospita la sede storica della Comunità Montana Alburni e molti residenti vivono, da sempre, di ruralità e agricoltura.

Perdere i benefici riservati agli enti montani solo per parametri relativi ad altimetrie che non tengono conto della posizione interna e dell’altissima vocazione agricola del territorio, porterebbe dei danni enormi all’economia della zona, ma anche alla possibilità di continuare a mantenere le colture tipiche, anche quelle di montagna.