La Polizia di Frontiera Marittima di Palermo ha intercettato e sequestrato due automobili di alta gamma, dal valore complessivo di circa 150mila euro, a un passo dall’imbarco sui traghetti diretti in Tunisia. L’operazione ha portato alla denuncia a piede libero di due cittadini libici con le accuse di riciclaggio, falso e contraffazione. I veicoli intercettati erano pronti a prendere il largo dal porto del capoluogo siciliano nell’ambito di un traffico illecito destinato ai mercati esteri.
Il controllo al porto di Palermo e i sospetti sui veicoli
L’intervento è scaturito da una serie di verifiche mirate e approfondite condotte dagli agenti sui passeggeri, sui bagagli e sui veicoli in transito nello scalo marittimo palermitano. L’attenzione degli operatori si è concentrata inizialmente su una BMW XM 50, giunta a Palermo dopo essere stata imbarcata a Salerno con targa provvisoria olandese e con destinazione finale Tunisi.
Sebbene a un primo esame visivo il mezzo e la relativa documentazione apparessero in regola, l’intuito degli agenti ha spinto a eseguire un controllo più minuzioso sui telai punzonati all’interno del vano motore e sulle carte di circolazione. I successivi riscontri tecnici hanno fatto crollare l’apparente legalità dell’operazione.
La tecnica della clonazione e le alterazioni scoperte
Gli accertamenti investigativi hanno rivelato che i veicoli bloccati erano dei veri e propri “cloni” di automobili regolarmente circolanti. Dall’ispezione sono emerse alterazioni ed eliminazioni di elementi essenziali di sicurezza, a partire dall’OVI (Elemento Otticamente Variabile) situato sulla facciata posteriore: nei mezzi sotto sequestro, il chip mostrava un’incisione netta lungo il perimetro, segno tangibile di una manomissione o di una sostituzione artigianale.
La truffa era stata organizzata nei dettagli, poiché le targhe estere applicate corrispondevano per marca e modello a veicoli esistenti, ma il numero di telaio impresso non coincideva con i dati reali registrati nelle banche dati delle forze dell’ordine.
Le incongruenze sui dati identificativi e il ruolo dello SDI
A tradire i responsabili sono stati dettagli quasi impercettibili, evidenziati anche grazie all’ausilio di officine autorizzate. Le targhette adesive con i codici alfanumerici dei telai, solitamente collocate sul montante destro tra le portiere, risultavano applicate in modo obliquo e disallineato. È emersa inoltre una netta discrepanza tra la storia effettiva dei veicoli — ricostruita partendo dallo stabilimento di produzione fino alle concessionarie e ai reali proprietari o locatari — e le informazioni fornite dai due fermati.
L’incrocio delle informazioni all’interno del Sistema d’Indagine (SDI) ha consentito di confermare che le targhe autentiche appartenevano in realtà ad autovetture rubate o sottratte tramite appropriazione indebita.
Il caso della Toyota Lexus scassinata e l’inganno svelato
Anomalie ancora più evidenti sono state riscontrate sul secondo mezzo intercettato, una Toyota Lexus. In questo caso, la fretta di agire ha spinto gli autori del reato a lasciare evidenti tracce di scasso sul lato guida, con le plastiche del cruscotto parzialmente divelte e cavi elettrici visibili sotto lo sterzo. Oltre alle etichette identificative scollate sul montante e alla mancanza dei requisiti di sicurezza sulle portiere, a confermare i sospetti è stata la presenza di alcuni adesivi in lingua italiana sul parabrezza, un elemento del tutto incongruo per un’auto munita di targa e documenti esteri.
I controlli definitivi hanno chiarito il quadro: il numero di telaio clonato della Lexus apparteneva a un’autovettura identica per marca, modello e colore, di proprietà di un cittadino italiano che circolava ignaro sul territorio nazionale, mentre il veicolo illegale era pronto a salpare per il Nordafrica. I documenti falsificati e i due veicoli sono stati posti sotto sequestro, bloccando un canale d’affari legato al crimine transnazionale.