Si spegneva a Torchiara il 25 gennaio 1899 Carlo Pavone, figura centrale di quella borghesia colta provinciale che fu il motore del Risorgimento meridionale. La sua famiglia rappresentò un esempio perfetto di intellettualità radicata nel territorio: un intreccio di professionisti, proprietari e sacerdoti capaci di dialogare con le grandi correnti europee pur restando immersi nelle aspre dinamiche locali.
Radici cilentane e formazione napoletana
Il Cilento di fine Settecento e inizio Ottocento era una terra di contrasti violenti, divisa tra la controrivoluzione sanfedista e le spinte modernizzatrici del decennio francese. In questo contesto crebbero Carlo e il fratello Angelo, respirando l’aria delle reti cospirative che già avevano visto protagonista lo zio Domenico, arrestato durante i moti del 1828 e del 1837.
Nei primi anni Quaranta, Carlo si trasferì a Napoli per completare gli studi. Qui ebbe maestri d’eccezione: Francesco De Sanctis per le lettere e Roberto Savarese per il diritto. Fu proprio nella capitale che Pavone si inserì nell’élite liberale guidata da figure come Carlo Poerio e Francesco Antonio Mazziotti, forgiando la propria coscienza politica.
Il 1848 e il comando delle colonne insurrezionali
Quando la scintilla rivoluzionaria partì da Palermo nel gennaio del 1848, il Cilento rispose prontamente. Carlo e Angelo Pavone furono tra i leader dell’insurrezione, organizzando formazioni armate che seguivano un modello operativo preciso: ingresso nei paesi, abbattimento dei simboli borbonici e nomina di governi provvisori.
Sebbene la rivolta fosse guidata da notabili, la composizione delle bande — che univa artigiani, contadini e professionisti — testimoniava un conflitto ideologico trasversale. Nonostante la successiva repressione borbonica, Carlo Pavone emerse come una figura moderata, capace di mitigare le vendette politiche che infiammavano il territorio.
Dalle catene di Procida all’esilio internazionale
La reazione borbonica dopo il fallimento dei moti fu durissima. Carlo fu catturato nel luglio del 1849 e condannato a morte, pena poi commutata in venticinque anni di ferri. Durante la prigionia tra Nisida e Procida, condivise la cella con i grandi nomi del liberalismo meridionale.
Nel 1858, per alleggerire le pressioni internazionali, il governo borbonico decise la deportazione dei prigionieri politici verso il nuovo continente. Tuttavia, grazie a un audace colpo di mano, i prigionieri — tra cui Pavone, Poerio e Nisco — convinsero il comandante della nave a cambiare rotta verso l’Irlanda. L’arrivo a Londra fu un trionfo mediatico e popolare che consacrò la causa italiana agli occhi dell’Europa.
Il ritorno in Italia e la carriera nelle istituzioni unitarie
Con la spedizione dei Mille, Pavone rientrò nel Mezzogiorno, assumendo ruoli di primo piano nel governatorato garibaldino di Salerno. Con l’Unità, scelse di tornare in magistratura, diventando un pilastro dello Stato nelle province meridionali. Si impegnò attivamente nella repressione del brigantaggio e della resistenza legittimista, scampando persino a un attentato a Vatolla nel 1861.
La sua carriera lo portò a presiedere i tribunali di Caltanissetta e Lanciano, fino a diventare consigliere della Corte d’appello di Roma. Nonostante il successo nelle istituzioni, Pavone non riuscì mai a imporsi nelle competizioni elettorali nel suo Cilento, dove i candidati radicali continuarono a prevalere sulla sua visione legata alla Destra storica.
Un’eredità intellettuale e civile
Negli ultimi anni, Pavone si dedicò alla memoria della sua generazione e alla scrittura di drammi e saggi storici. La sua morte nel 1899 non segnò la fine dell’impegno pubblico della sua famglia.
Il nipote Andrea Torre divenne una firma illustre del giornalismo italiano. Il figlio Giuseppe Pavone fu generale di divisione e protagonista della resistenza antifascista nel 1943. Tra i suoi discendenti si annovera Claudio Pavone, uno dei più grandi storici italiani del Novecento.
La storia di Carlo Pavone rimane oggi il ritratto di un uomo che seppe trasformare l’aspirazione rivoluzionaria in solida architettura istituzionale, rappresentando l’anima più profonda e complessa dell’integrazione meridionale nello Stato unitario.

