La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Concordio Malandrino. I giudici della seconda sezione penale hanno infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa dell’indagato contro la decisione del Tribunale del riesame di Salerno. Quest’ultimo aveva già respinto l’appello volto a ottenere la revoca del provvedimento restrittivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Vallo della Lucania.
Malandrino è coinvolto in un’articolata indagine che spazia dall’associazione per delinquere all’autoriciclaggio, fino a reati fiscali come la falsità ideologica, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e le indebite compensazioni.
Le contestazioni della difesa e la replica della Suprema Corte
Nel ricorso presentato in Cassazione, la difesa ha sollevato quattro motivi di impugnazione. Tra le principali tesi difensive vi era l’eccezione secondo cui i giudici del riesame avessero utilizzato elementi probatori non prodotti dalle parti, violando il principio del contraddittorio e basando il giudizio di pericolosità sociale sulla pendenza di un altro procedimento penale non regolarmente acquisito.
I giudici di legittimità hanno però smontato questa ricostruzione, evidenziando che i carichi pendenti erano già emersi chiaramente nel primo provvedimento di rigetto e risultavano presenti nel fascicolo. La Cassazione ha infatti chiarito: «Non si tratta, con ogni evidenza, di indebito uso di scienza privata del giudice dell’impugnazione cautelare, ma semplicemente dell’attenta lettura di elementi informativi lecitamente presenti nel fascicolo del riesame e conosciuti dalle parti, o conoscibili usando l’ordinaria diligenza».
La valutazione sulla pericolosità sociale e i nuovi elementi
La Suprema Corte ha confermato la solidità delle motivazioni espresse dal Tribunale di Salerno, che aveva evidenziato una «diffusa capacità truffaldina, indifferente al mutamento degli schermi societari e dei contesti normativi e ambientali» da parte dell’indagato.
La difesa aveva cercato di far valere alcuni elementi di novità per mitigare le esigenze cautelari, tra cui il commissariamento delle società coinvolte, la revoca degli incentivi pubblici (come la misura “Formazione 4.0”), la residenza all’estero dell’indagato e alcune valutazioni espresse da un’altra autorità giudiziaria. Tuttavia, tali argomenti sono stati ritenuti inidonei a scardinare il quadro cautelare. Per i giudici, il rischio di reiterazione del reato rimane concreto, come dimostrato anche da un ulteriore procedimento per reati tributari pendente presso la Procura di Salerno.
Il principio sulla latitanza e la decisione finale
Un altro punto cardine della sentenza riguarda il computo del tempo trascorso dall’emissione della misura. La Cassazione ha ribadito un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato: ai fini della valutazione dell’attualità delle esigenze cautelari, non si deve tenere conto del periodo in cui l’indagato si è sottratto volontariamente all’esecuzione del provvedimento. Permettere il contrario significherebbe lasciare alla scelta dell’indagato la possibilità di creare uno iato temporale utile a invalidare la misura stessa grazie alla latitanza.
Per queste ragioni, oltre alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma pari a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

