La Corte d’Assise di Salerno ha emesso la sentenza di condanna a 20 anni di reclusione nei confronti di Vincenzo Santimone, ritenuto responsabile dell’omicidio del padre, Riccardo Santimone. Il tragico delitto si è consumato la sera del 5 marzo 2024 all’interno della residenza familiare a Eboli, nel rione della Pace. La decisione dei giudici è giunta nella tarda mattinata di ieri, chiudendo il primo grado di un processo che ha scosso profondamente la comunità locale.
La ricostruzione della tragedia familiare a Eboli
I fatti risalgono all’inizio di marzo dello scorso anno, quando in un appartamento di via Bartolo Longo si è consumato il dramma. La vittima, Riccardo Santimone, era un ex gommista molto stimato in città, che dedicava la sua vita da pensionato ad accudire la moglie, costretta a letto da una grave e irreversibile patologia. La furia del figlio si è scatenata proprio in quell’ambiente domestico, dove il giovane Vincenzo stava attraversando un periodo di profonda fragilità. L’uomo, già affetto da disturbi psichici e in uno stato di isolamento sociale aggravato dalla perdita del lavoro, ha aggredito il padre in cucina. Nonostante il tentativo della vittima di trovare scampo riparandosi nel bagno, il figlio lo ha inseguito e ha continuato a colpirlo, infliggendo infine il fendente fatale all’altezza dell’aorta.
Il fastidio per i rumori domestici come innesco del raptus
Le indagini condotte dai carabinieri della compagnia di Eboli hanno permesso di ricostruire il movente dietro l’omicidio. All’origine del gesto violento ci sarebbe stato un elemento apparentemente banale, trasformatosi in un tragico innesco a causa dello stato psicologico dell’imputato. Durante gli interrogatori, lo stesso Vincenzo Santimone ha confessato che a scatenare la violenza è stato il rumore del frullatore che il padre stava utilizzando per preparare la cena. Quel suono quotidiano ha provocato una reazione incontrollabile nell’uomo, spingendolo ad afferrare un coltello da cucina e a scagliarsi contro il genitore.

