La proliferazione dei cinghiali nel Cilento, nel Vallo di Diano e negli Alburni rappresenta l’effetto diretto di una profonda alterazione dell’equilibrio faunistico consolidato nel corso dei secoli. Questa dinamica interessa diverse aree del territorio italiano e richiede una lettura scientifica per comprendere le reali cause del fenomeno.
Le ragioni biologiche della diffusione
Il fenomeno non è riconducibile a una presunta aggressività della specie, bensì a una risposta naturale di adattamento all’ambiente. La disponibilità di risorse alimentari e condizioni di sicurezza favorevoli guidano il comportamento degli animali, spingendoli a occupare nuovi spazi quando il loro habitat originario subisce squilibri.
«Il cinghiale è un animale che trovando pochi nemici si è diffuso rapidamente. Gli animali hanno come primo scopo della loro vita la riproduzione e il mangiare, non stanno a guardare dove si trovano. Stanno dove c’è il trofico e le condizioni di sicurezza. Quindi non si tratta di un episodio legato alla cattiveria di un animale, ma un fenomeno naturale quando si altera un ecosistema e una specie va in sofferenza si prova ad uscire da quel sistema. L’emigrazione è un fenomeno legato non solo all’umanità ma anche agli animali», spiega il professore Alessandro Fioretti, docente della facoltà di veterinaria presso l’Università Federico II di Napoli.
Quali prospettive e interventi futuri
Il ritorno alle condizioni passate risulta ormai impraticabile a causa dei profondi cambiamenti ambientali avvenuti nel tempo. La gestione della problematica richiede quindi un cambio di passo sia nelle strategie istituzionali sia nell’approccio della ricerca scientifica.
«Si può fare molto, i politici devono fare di più e noi dobbiamo essere meno chiusi nelle nostre ricerche e nelle nostre teorie, ma tornare indietro non è possibile», conclude il professor Fioretti.

