Chiesti fino a 18 anni di reclusione per i principali imputati coinvolti nella maxi inchiesta dell’Antimafia che ha svelato una complessa rete criminale operante a Capaccio. Dinanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno, Giandomenico D’Agostino, il pubblico ministero ha formulato le sue richieste di pena a conclusione della requisitoria per i soggetti che hanno scelto di accedere al rito abbreviato. L’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia salernitana costituisce la prosecuzione giudiziaria dell’imponente blitz eseguito lo scorso dicembre, quando i carabinieri diedero esecuzione a 18 misure cautelari.
Le richieste di condanna e le posizioni degli imputati
La Procura ha invocato le sanzioni più severe per le figure ritenute al vertice dell’organizzazione. Per Salvatore Carrano, Giuseppe De Clemente, Carmine Orsi e Pasquale Paolone – chiamati a rispondere a vario titolo anche del reato di sequestro di persona – la richiesta sfiora i due decenni di carcere, attestandosi a 18 anni di reclusione ciascuno.
Per le altre posizioni al vaglio del gup, la pubblica accusa ha sollecitato una condanna a 13 anni e quattro mesi per Saleh Errechaiech e a 8 anni per Alfonso Inghilterra. Ha invece già definito la propria posizione processuale Mostafa Goughi, assistito dall’avvocato Stefania Pierro, avendo concordato un patteggiamento a 2 anni e 2 mesi di reclusione. Il dibattimento riprenderà nel mese di novembre per dare spazio alle arringhe del collegio difensivo, che vede tra gli altri la presenza degli avvocati Pierluigi Spadafora e Andrea Annunziata, a cui seguirà la pronuncia della sentenza.
La rete dello spaccio e la base operativa nella struttura ricettiva
L’impianto investigativo, edificato dai carabinieri della Compagnia di Agropoli sotto il coordinamento della Dda di Salerno, ha fatto luce su una solida struttura dedita al traffico di sostanze stupefacenti. L’epicentro delle attività illecite era stato individuato nel territorio comunale di Capaccio, dove era stata allestita una fiorente piazza di spaccio capillarmente rifornita da canali d’approvvigionamento provenienti dall’area napoletana.
Ingenti quantitativi di cocaina e hashish giungevano dal capoluogo partenopeo per poi essere stoccati e custoditi all’interno di una struttura ricettiva riconducibile a tre degli indagati. L’immobile, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, era divenuto il punto di riferimento logistico ed operativo centrale per la gestione del traffico di droga nella zona.
Violenza, sequestro di persona e sfruttamento della prostituzione
Accanto al commercio di stupefacenti, le indagini hanno documentato un clima di forte intimidazione e violenza. Tra i fatti contestati dalla Dda spicca il sequestro di persona subito da uno degli stessi indagati, trattato alla stregua di un vero e proprio avvertimento punitivo per il mancato saldo di una partita di droga precedentemente consegnata. L’uomo sarebbe stato privato della libertà personale e minacciato con un’arma da fuoco dai fornitori partenopei per costringerlo ad adempiere al pagamento. Per tale episodio, la Procura ha contestato l’aggravante del metodo mafioso.
Il quadro delittuoso si completava con lo sfruttamento della prostituzione. Sempre all’interno della medesima struttura turistica adibita a deposito della droga, diverse donne venivano indotte a prostituirsi, allineando un secondo canale di profitto illecito le cui entrate venivano destinate direttamente alle casse di due degli indagati.

